Marsica – Qualche giorno fa, mentre ero alla guida, mi arriva una telefonata. Guardo il display del cockpit sul cruscotto dell’auto e vedo un numero sconosciuto. Non faccio in tempo a rispondere che vengo investito da una gragnuola di improperi ed insulti da parte di un alto dirigente di un ente locale.
Quando sono in macchina il mio cellulare è sempre collegato via bluetooth al dispositivo che ti permette di parlare in viva voce senza distrarti dalla guida. Per questo, il passeggero seduto al mio fianco, è stato costretto, suo malgrado, ad ascoltare un intero minuto di offese e ingiurie nei miei confronti da parte di una persona totalmente fuori di senno.
Purtroppo non sono riuscito a interloquire col tizio della chiamata che, dopo essersi sfogato, ha subito riattaccato. Lo richiamo, faccio almeno due tentativi – potrebbe aver sbagliato numero – penso, ma nessuna risposta. L’amico, seduto sul lato passeggero, mi guarda basito e dice – ma il soggetto che parlava come il Principe Carlo d’Inghilterra è proprio colui che penso io? – e mi fa il nome. – Esattamente – gli rispondo.
Se da un lato si capisce il senso di frustrazione di un funzionario pubblico che, nel fare il proprio lavoro, subisce una condanna giudiziaria ripresa dalla stampa, va altrettanto compreso il diritto di cronaca del giornalista e quello del cittadino di essere informato su fatti di rilevanza pubblica, come sancisce la Costituzione della Repubblica Italiana.
L’accaduto però lascia spazio a qualche considerazione. Al di là degli insulti ricevuti, una frase rivelatrice di un modo di pensare è senza alcun dubbio – Chi è che ti ha assoldato? – parole che molto di più dei vari “pezzo di merda”, “fallito”, “testa di cazzo” e altre amenità pronunciate da questo vero Lord inglese, indicano un modello di pensiero molto diffuso seppur nascosto dietro il finto buon senso di certi azzimati funzionari della pubblica amministrazione, ma anche di certi professionisti della politica.
Un modello di pensiero il cui sottotitolo è – tu scrivi contro di me perché qualcuno di paga per farlo – Mai che a questi sacerdoti della scartoffia passi, per le residue sinapsi claudicanti ancora accese, che certe notizie si scrivono semplicemente perché un funzionario pubblico deve dar conto ai cittadini di quello che fa. E se lavora male, va fatto sapere, soprattutto se a dirlo è un Tribunale.
Il punto vero è che all’interno degli enti locali, i dirigenti pubblici si avvalgono spesso di una stabilità contrattuale e di una autonomia gestionale che li mette in una posizione di forza rispetto alla politica locale, soggetta invece al ciclo elettorale, tanto da farli sentire degli intoccabili.
Parlo di “deep state” concetto mutuato dal lessico politico americano che indica una rete di potere non eletta, composta da burocrati, dirigenti pubblici, tecnici e funzionari in grado di condizionare, e talvolta sovrastare, le scelte degli organi democraticamente eletti. In Italia, questo fenomeno assume una conformazione peculiare: è meno segreto e militare rispetto al modello originario anglosassone, ma è spesso più subdolo e radicato nei gangli della pubblica amministrazione, soprattutto nelle realtà locali.
In tali realtà possono innescarsi dinamiche patologiche usualmente avverse al cambiamento. Certi dirigenti possono sabotare, rallentare o interpretare le direttive politiche sgradite, contando su cavilli normativi e una conoscenza collaudata della macchina amministrativa.
La rotazione dirigenziale prevista per legge viene spesso aggirata attraverso incarichi temporanei reiterati, mobilità “interne” pilotate e bandi costruiti su misura. Così facendo, si blindano posizioni chiave in settori strategici come urbanistica, bilancio, ambiente che diventano veri e propri fortini di influenza.
Sebbene formalmente autonomi, molti dirigenti si legano a poteri politici stabili o a reti clientelari territoriali, diventandone strumenti e garanti. Questo li rende inamovibili, anche quando cambiano le amministrazioni. I dirigenti controllano le gare, le assunzioni, le consulenze e i finanziamenti. Questo potere, se non bilanciato da meccanismi di trasparenza, diventa leva di dominio personale o di gruppo.
Esiste un patto implicito tra certa politica e certa burocrazia: i politici passano, i dirigenti restano. Per questo spesso, sindaci o assessori, anche se animati da buone intenzioni, si trovano ingabbiati da un apparato che detta tempi, metodi e priorità. La politica delega, la burocrazia capitalizza. In cambio, offre stabilità, protezione e continuità di mandato.
A livello locale il fenomeno assume tratti ancora più visibili: nei comuni medi e piccoli, dove spesso la classe politica è poco esperta o transitoria, i dirigenti comunali o i segretari generali, diventano veri “notabili amministrativi”. Decidono quali progetti attuare, quali priorità dare, a chi assegnare incarichi o consulenze. Fanno e disfano perché spesso sanno bene come tutelarsi da qualsiasi conseguenza.
Parliamo di rendite burocratiche e di posizioni che rappresentano ostacoli contro l’innovazione, l’uso efficiente delle risorse pubbliche e la capacità amministrativa degli enti locali. Finché non si scardina questo sistema con riforme vere, meccanismi premiali e rotazione obbligatoria dei ruoli chiave, parlare di “rilancio dei territori”, “fondi PNRR” o “sburocratizzazione” rischia di restare pura retorica.
Queste dinamiche si sono rafforzate per effetto della crisi economica e dello spopolamento: meno cittadini significa meno attenzione mediatica e meno controllo democratico. In questi vuoti prosperano i potentati tecnici, capaci di gestire fondi europei, appalti e concessioni con grande discrezionalità.
Ovviamente c’è anche una parte non trascurabile, nella complessa organizzazione degli uffici pubblici, che amministra in maniera cristallina ed efficace, sulla base dell’indirizzo indicato dall’organo politico istituzionale, nell’interesse delle comunità. Purtroppo gli sforzi di chi lavora bene, spesso si diluiscono nel consolidato andazzo generale che nutre un’ostilità profonda per tutto ciò che è servizio pubblico.
In ogni caso le storture prodotte sono evidenti. Le politiche sociali spesso non rispondono ai bisogni reali ma alle convenienze gestionali; i fondi per lo sviluppo territoriale sono intercettati da circuiti ristretti e poco trasparenti; le nomine negli enti strumentali vengono decise nei caminetti riservati piuttosto che alla luce dei meriti professionali.
L’inefficienza non è un effetto collaterale, ma un sintomo strutturale. Una macchina amministrativa che non risponde al merito, ma alla fedeltà, è destinata ad allocare male le risorse e a ritardare le decisioni scoraggiando ogni riforma.
Per uscire dalla trappola di questo circolo vizioso non basta più la buona amministrazione, occorre coraggio politico, trasparenza radicale e coinvolgimento civico. Bisognerebbe rompere il patto di silenzio tra politica e burocrazia, imporre rotazioni vere, pubblicare gli atti in formato aperto, rafforzare i controlli esterni e dare voce ai cittadini. Forse è illusorio ma è l’unica via per tornare a un’etica pubblica.

