Quel che resta di un weekend lungo fra manifestazioni di piazza e arresti in acque internazionali

Terminate le manifestazioni del weekend lungo, così come lo ha definito la Presidente del Consiglio nel suo forbito stile, tipicamente anglosassone, restano i rimasugli di un dibattito surreale, sulle presunte vere finalità dei cortei che hanno invaso le piazze italiane.

Alfio Di Battista
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Art.17 della Costituzione Italiana: “I cittadini hanno diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi. Per le riunioni, anche in luogo aperto al pubblico, non è richiesto preavviso. Delle riunioni in luogo pubblico deve essere dato preavviso alle autorità, che possono vietarle soltanto per comprovati motivi di sicurezza o di incolumità pubblica”

Ora, terminate le manifestazioni del weekend lungo, così come lo ha definito la Presidente del Consiglio nel suo forbito stile, tipicamente anglosassone, restano i rimasugli di un dibattito surreale, sulle presunte vere finalità dei cortei che hanno invaso le piazze italiane.

Parliamo di paccottiglia verbale prodotta essenzialmente da chi esprime contrarietà alla libertà di manifestare in strada. Contrarietà del tutto lecita in un paese democratico. Anche se avete un’opinione diversa sul tema delle manifestazioni non è un problema. Non preoccupatevi, è normale, mica possiamo pensarla tutti uguale! Nessuno andrà all’inferno per questo.

Eh, ma per colpa dei manifestanti e dello sciopero non siamo potuti andare a lavorare! Eh già, non è una cosa simpatica questa, ma le autorità erano informate preventivamente dei cortei, purtroppo (per i detrattori) erano tutte manifestazioni autorizzate.  

Quando le strade si riempiono di gente che sfila con striscioni e cartelli, ci sta che il traffico vada in tilt. E se fra tutta quella gente c’è il macchinista di Trenitalia, l’impiegato del comune, l’operaio del cantiere, l’autista del bus, l’insegnante del liceo e lo studente dell’università, è ovvio che il treno resti fermo in stazione, che l’ufficio del comune resti chiuso, che il cantiere si fermi e le lezioni siano sospese! È la democrazia bellezza! Art. 40 della Costituzione.

Certo si può criticare tutto questo, e si può dire che si è scelto di scioperare il venerdì per fare il weekend lungo. Si può anche dire che ai manifestanti non gliene frega nulla dei palestinesi e che ce l’hanno solo con la Meloni. Si può perfino dire che sono tutte zecche comuniste tifose di Hamas, ma alla fine, la sensazione è che i critici in servizio permanente effettivo, cerchino solo una risposta per riempire il vuoto delle loro coscienze con qualcosa di commestibile.

Ognuno può criticare, ma nessuno può giudicare chi partecipa a un corteo.  Chi può dire quali sono le ragioni più intime che spingono una persona a partecipare a una manifestazione? Un manifestante, prima ancora di essere un lavoratore, uno studente o un militante è sicuramente un padre, una madre un figlio una figlia.

Ognuno di loro è una persona con la propria storia e le proprie pene, ognuno probabilmente stanco dei quotidiani racconti dell’orrore che arrivano da Gaza. E mentre si consuma una tragedia umanitaria, i critici a prescindere, quelli che hanno sempre la verità in tasca, i pasdaran della presunta controcultura, i bastian contrari della ragione, entrano in azione.

A loro non gliela fai mica! Loro sanno perfettamente che queste manifestazioni sono un circo montato ad arte per far casino, spaccare vetrine e indebolire la Meloni. Ma dove vanno quei quattro scalzacani radical chic della Global Sumud Flotilla! Per una gita in barca, bastava prenotare su Trivago. Questo il livello di analisi e di approfondimento di chi mescola politica e emergenza umanitaria.

Ovviamente non potevano mancare i benaltristi, che affermano perentori: ma con 56-57 guerre in atto nel mondo, perché manifestate solo per i palestinesi? (leggi Renzi che voleva una Flotilla anche in Ucraina e in Sud-Sudan) Cosa puoi rispondere a una domanda il cui sottotesto è: state strumentalizzando la crisi in Medioriente per altre finalità.

Può andar bene come risposta che il conflitto in Palestina non è una guerra fra due eserciti ma un tiro al bersaglio dei militari israeliani contro civili in fila per una scodella di minestra?

O forse è meglio rispondere che parliamo di due Stati senza confini, con l’un l’altro che non riconoscono la loro reciproca esistenza? Sarà buona come risposta che Israele, dal 1948, vive la sindrome dell’accerchiamento dal mondo arabo le cui conseguenze sono un conflitto permanente?

Oppure è preferibile dire che l’occidente non ha mai ritenuto di applicare sanzioni o embarghi a Israele dopo gli insediamenti abusivi in Cisgiordania, così come ha fatto con la Russia di Putin dopo l’aggressione all’Ucraina? Forse perché Israele ritiene di essere al di sopra del diritto internazionale e nessuno gliene chiede conto?

Un’altra risposta potrebbe essere che Israele è una democrazia, e nelle democrazie, le controversie si dovrebbero risolvere per via diplomatica e non con l’eliminazione sistematica di un popolo che, prima è stato vessato dall’ala terroristica del partito di Hamas, finanziata da Israele quando occorreva indebolire Arafat, poi ha subito la brutale repressione israeliana.  

Per fortuna c’è ancora un’umanità che resiste, che non ha smarrito il senso della solidarietà verso gli oppressi, gli sconfitti, i perdenti, gli ultimi della terra a cui non resta più nulla se non la flebile speranza di poter contare su qualcuno capace di sentire le loro disperate grida d’aiuto nel rumore di fondo del caos globale

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