Rifiuti Marsica: La posta in gioco non è quale operatore svuota il cassonetto, ma chi controlla l’economia del territorio

Alfio Di Battista
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Avezzano – ​Dietro la burocrazia dei “sub-ambiti” territoriali si nasconde una delle battaglie industriali più silenziose e redditizie del nostro tempo.

La Marsica si trova oggi di fronte a un bivio storico; e la preoccupazione degli amministratori locali e operatori economici, non è semplicemente la definizione dei confini disegnati sulle mappe provinciali ma riguarda il controllo di un settore strategico e ricchissimo: il ciclo integrato dei rifiuti.

​Il rifiuto ha smesso da tempo di essere un problema igienico da nascondere sotto terra. Oggi è una materia prima dal valore inestimabile.

L’organico genera biometano, la plastica diventa materia preziosa del riciclo, il trattamento produce energia. Le autorizzazioni per gli impianti valgono oro e le discariche sono infrastrutture critiche.

Parliamo di una filiera industriale da milioni di euro che muove occupazione, capitali e potere contrattuale. Ed è esattamente per questo che i grandi player nazionali hanno puntato i radar sull’Abruzzo.

Le recenti manovre industriali parlano chiaro e non lasciano spazio a rassicuranti illusioni. L’avanzata di colossi come Acea — che ha acquisito realtà nevralgiche come Deco e il Polo Cirsu — dimostra che il grande capitale non sta a guardare.

I grandi gruppi portano solidità finanziaria, economie di scala e tecnologie avanzate, ma portano con sé anche il rischio di depauperamento del tessuto economico locale attraverso la progressiva estrazione di valore che va a gonfiare i loro bilanci.

Se il mercato viene cannibalizzato da giganti esterni, gli utili, le scelte strategiche sugli impianti e le ricadute economiche saranno decisioni prese da consigli di amministrazione che si terranno a Roma o a Milano.

A questo si aggiunge un paradosso tutto locale che alimenta il nervosismo della politica. Mentre decine di sindaci alzano le barricate per rivendicare l’autonomia di un sub-ambito marsicano, il fortino storico della gestione mista locale, l’ACIAM, ha già mutato pelle.

Il passaggio della governance sotto il controllo quasi totale di un operatore privato, fu spiegato con la necessità di ripianare i bilanci.

Lo scontro politico in atto per i sub ambiti rivendicati dalla politica, è l’evidenza chiara di una lotta che sta rimettendo in discussione, dall’interno, equilibri e assetti.

Non è una questione di tifoserie ideologiche tra pubblico e privato, ma di chi detiene realmente le leve del comando in una transizione irreversibile.

La preoccupazione degli operatori locali è dettata da una spietata legge di mercato: quando le dimensioni contano, il pesce grande non solo mangia il piccolo, ma detta anche le regole dell’acquario.

Un gruppo di dimensioni nazionali ha una capacità di interlocuzione — e di pressione — istituzionale inarrivabile per le aziende del territorio. Il rischio fatale non è l’arrivo dell’efficienza, ma il consolidamento del controllo al di fuori del territorio.

In fondo a questa complessa filiera, come sempre, c’è il cittadino con il bollettino della Tari in mano.

Il controllo degli impianti e del trattamento dei materiali sono aspetti determinanti che, da un lato, definiscono il profilo e il peso dello politica locale, da un altro, consentono agli operatori economici di entrare nella definizione delle “economie di scala” che si traducono in tariffe e dividendi per gli azionisti.

Se la politica locale intende difendere la catena del valore guardando alle tasche dei cittadini la domanda da farsi non è chi raccoglierà i sacchetti dell’immondizia ma chi ne deciderà il prezzo.

Avere strade pulite e tariffe adeguate è il minimo sindacale a cui occorrerebbe tendere.

Tuttavia la perdita del controllo del ciclo integrato dei rifiuti a favore dei giganti nazionali del settore potrebbe trasformare la Marsica in una semplice provincia di transito per gli affari altrui.

Significa cedere, pezzo dopo pezzo, la sovranità economica del territorio. E forse è questo il dato più concreto che sta creando tensioni nel centrodestra abruzzese.

Il punto è che a fare a gara a chi è più sovranista, prima o poi arriva qualcuno più sovranista di te.

È la dura legge del mercato, che deve essere accettata anche quando non è favorevole a chi ne fa la propria religione.

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