Sanità: in Abruzzo la salute non è più un diritto garantito dalla Costituzione, la protesta dei medici di base

Alfio Di Battista
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Avezzano – Mentre si spengono gli echi della campagna elettorale che ha interessato molti comuni della Marsica, restano sul tavolo molti dei problemi che hanno tenuto banco nei comizi. Uno fra tutti, quello che racconta il fallimento della sanità territoriale abruzzese.

A Pescara, decine di medici di famiglia, in camice bianco, hanno protestato sotto alle finestre dell’assessorato alla Sanità presentando simbolicamente una lettera di dimissioni collettive.

Non si è trattato di un colpo di teatro ma dell’atto estremo di una categoria arrivata al punto di rottura dopo anni di promesse mancate, tavoli inconcludenti e riforme rimaste sulla carta. Il cuore della protesta è il mancato rinnovo dell’Accordo Integrativo Regionale (AIR) della medicina generale, fermo da quasi vent’anni.

Due decenni senza alcuna vera riorganizzazione della medicina di prossimità, mentre l’Abruzzo cambiava volto: popolazione più anziana, territori sempre più spopolati, carenza cronica di medici, ospedali depotenziati e aree interne trasformate in deserti sanitari.

La mobilitazione dei sindacati Fimmg, Snami, Fmt, Cisl Medici e Smi non nasce da una rivendicazione corporativa. È piuttosto la manifestazione conclamata di una patologia i cui sintomi sono noti da tempo, e riguardano un sistema sanitario malato che sta implodendo.

Oggi l’anello debole del sistema sanitario abruzzese è molto probabilmente la ASL1 Avezzano-Sulmona-L’Aquila, un territorio vasto, montano, frammentato, dove la distanza tra un cittadino e un presidio sanitario non si misura soltanto in chilometri di strade di montagna ma anche in ore di attesa, ambulatori chiusi e medici sempre più rari.

Nella Marsica il problema assume contorni drammatici. Paesi dell’entroterra, comunità con alto tasso di residenti anziani, stanno progressivamente perdendo il presidio più importante della sanità pubblica: il medico di famiglia.

Non è solo una questione numerica. È il venir meno dell’ultimo argine sociale rimasto nei territori interni. Quando un medico va in pensione, spesso non viene sostituito. Quando un ambulatorio chiude, nessuno lo riapre. Quando un paziente fragile resta senza medico, la soluzione è spostarsi di decine di chilometri.

Le stesse organizzazioni sindacali denunciano che la mancata programmazione e l’assenza di misure efficaci per il ricambio generazionale stanno lasciando interi territori scoperti. E proprio nella ASL1 le tensioni sono esplose negli ultimi anni con accuse pesantissime rivolte alla dirigenza aziendale.

I sindacati parlano apertamente di “smembramento” dei nuclei territoriali e di blocco delle sostituzioni dei medici pensionati. La Direzione generale della ASL1 ha respinto le accuse definendole “false e strumentali”, ma il dato politico resta: il conflitto è ormai pubblico e permanente.

Nel frattempo, si assiste a surreali inaugurazioni, presso strutture private convenzionate, che vantano l’acquisizione di nuovi macchinari di medicina nucleare che però saranno fruibili a pagamento. Chi non può permettersi di pagare continuerà ad aspettare lo scorrimento delle interminabili liste d’attesa.   

Intanto i milioni di euro del PNRR stanziati per costruire le Case di Comunità, sono stati spesi solo in minima parte, e in ogni caso, non risolveranno il problema della carenza di personale sanitario perché sono gli stessi medici di base a sostenere che i presìdi rischiano di restare soltanto scatole vuote.

Il motivo è semplicissimo: mentre si inaugurano i nuovi edifici, manca il personale. Mancano i medici di medicina generale, mancano infermieri, mancano amministrativi. Mancano perfino i sostituti per garantire ferie e continuità assistenziale.

In buona sostanza il nuovo ospedale di Avezzano, oggetto di campagna elettorale, ammesso che prima o poi veda la luce, potrebbe essere l’ennesima cattedrale nel deserto.

Il rischio denunciato dai sindacati è chiarissimo: la sanità territoriale viene ridotta a un modello burocratico, impersonale, standardizzato, dove il rapporto umano tra medico e paziente viene sacrificato sull’altare dell’organizzazione amministrativa. Una trasformazione che nelle aree interne può diventare devastante.

Per un anziano di Gioia dei Marsi, Canistro, Lecce nei Marsi o San Vincenzo Valle Roveto, il medico di famiglia non è solo un prescrittore di ricette. È spesso l’unico presidio sanitario, sociale e psicologico disponibile.

Se le critiche più dure oggi si concentrano proprio sui vertici della ASL1 è perché da anni cittadini, sindacati e amministratori locali denunciano una gestione percepita come distante dal territorio, incapace di leggere le esigenze reali delle aree interne e troppo sbilanciata su logiche meramente contabili.

La sensazione diffusa è che la sanità venga governata più attraverso circolari e bilanci che attraverso una reale pianificazione sanitaria. Le polemiche sulle sostituzioni dei medici di famiglia sono solo la punta dell’iceberg. Sullo sfondo restano problemi enormi: precarizzazione del personale, servizi territoriali insufficienti, liste d’attesa interminabili, digitalizzazione incompleta e disagi continui per i cittadini.

Emblematica la denuncia di utenti della ASL1 che raccontano persino dell’impossibilità, per un nuovo medico, di accedere rapidamente alla storia clinica del paziente dopo un cambio di medico curante. Nel 2026, in una regione che parla di telemedicina e innovazione digitale, ci sono ancora cittadini costretti a rincorrere documenti sanitari come trent’anni fa.

La verità che nessuno vuole dire apertamente è che la Regione Abruzzo ha completamente sbagliato la programmazione sanitaria territoriale. Per anni si è ignorato il progressivo pensionamento dei medici di famiglia. Non si è resa attrattiva la medicina generale nelle aree montane. Non si sono creati incentivi seri per i giovani medici. Non si è investito in personale di supporto.

Oggi arriva il conto. L’Abruzzo interno paga più di tutti questo fallimento perché parte già da condizioni svantaggiate: spopolamento, età media elevata, trasporti difficili, ospedali e punti di primo intervento depotenziati. In questo quadro, la ASL1 avrebbe dovuto rappresentare il laboratorio della medicina territoriale nelle aree fragili. Invece è diventata il simbolo di una crisi sistemica.

In ragione di ciò l’emergenza non è solo sanitaria ma anche democratica. Quando un cittadino non riesce più ad avere un medico di famiglia vicino casa, non si rompe soltanto un servizio sanitario. Si rompe il patto tra istituzioni e territorio. Questo è il dato politico più grave.

La protesta dei medici non è soltanto la protesta di una categoria stanca. È il segnale che il sistema sta cedendo proprio dove dovrebbe essere più forte: nella sanità di prossimità. La Regione Abruzzo promette nuovi incontri e nuove trattative. Ma dopo vent’anni di AIR bloccato, la fiducia è ai minimi storici.

E mentre l’assessore Verì prende tempo, nella Marsica e nelle aree interne dell’Aquilano c’è già chi vive senza continuità assistenziale e senza la certezza di poter essere curato vicino casa. Quanto può resistere ancora la sanità pubblica abruzzese in queste condizioni?

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