Separazione delle carriere: a chi serve la riforma? Certamente non al cittadino

I politici discutono di rapporti tra poteri dello Stato, i magistrati difendono la loro autonomia, gli avvocati guardano alla parità tra accusa e difesa. Tutte posizioni legittime, ma in larga parte, tutte interne al sistema. Il grande assente è il cittadino.

Alfio Di Battista
6 Minuti di lettura

Il referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati riporta al centro del dibattito pubblico una questione che da anni divide politica, magistratura e avvocatura. Il tema è tecnico, ma le conseguenze sono tutt’altro che astratte: riguardano il modo in cui funziona la giustizia e, in ultima analisi, la vita quotidiana dei cittadini.

Oggi, giudici e pubblici ministeri appartengono allo stesso ordine e sono governati dal Consiglio Superiore della Magistratura. Entrano con lo stesso concorso, condividono la stessa formazione e fanno parte di un unico sistema di autogoverno.

La riforma punta a separarli per creare due carriere distinte e due Consigli Superiori diversi e separati.

Chi è favorevole alla riforma dice che il giudice deve essere terzo non solo nel processo ma anche nell’ordinamento. Secondo i favorevoli, separare le carriere rafforzerebbe la parità tra accusa e difesa e renderebbe più evidente l’equidistanza del giudice.

Chi è contrario invece, pensa che dividere le carriere possa indebolire l’autonomia della magistratura. Sarebbe l’applicazione del classico “divide et impera” soprattutto se i criteri di valutazione, le nomine e le progressioni di carriera dei due nuovi Consigli finissero – direttamente o indirettamente – sotto un’influenza più marcata della politica.

Un’altra remora dei contrari è più squisitamente culturale. Oggi giudici e pubblici ministeri condividono una formazione comune, un linguaggio giuridico comune, una “cultura della giurisdizione”. Separarli potrebbe, nel tempo, trasformare il pubblico ministero in una figura sempre più distante dalla cultura del giudice e più vicina a una logica di parte.

I contrari ritengono che il vero rischio della riforma non sta soltanto in ciò che la riforma dice, ma si nasconde soprattutto in ciò che non dice, in quegli spazi lasciati aperti, e negli effetti che potrebbero prodursi nel tempo. Ma la vera domanda è:

Tutto questo cambierà la vita dei cittadini? Questa riforma ridurrà i tempi dei processi? Sarà più veloce ottenere una sentenza? La riforma contribuirà a diminuire l’enorme mole di arretrato? Farà risparmiare costi e incertezze a chi aspetta da anni una giustizia giusta?

Se è vero, come è vero, che la lentezza della giustizia italiana dipende soprattutto dalle carenze di organico, dall’organizzazione degli uffici, da un eccesso di norme, dai continui cambi legislativi operati dalla politica e da una digitalizzazione incompleta, è evidente che la separazione delle carriere non risolverà nessuno di questi annosi problemi.

Nessuno può dimostrare che dividere giudici e pubblici ministeri accorci automaticamente i tempi dei processi. D’altra parte, non è questo lo scopo della riforma, e quindi, ciò che il cittadino vorrebbe si risolvesse, ovvero tempi più brevi nei processi, è un tema che non c’entra nulla con la riforma.

La durata del processo, l’unica che conta per la gente normale, l’unica cosa che impatta sulla vita delle persone, non viene nemmeno presa in considerazione dal referendum. Eppure si chiede al cittadino di esprimersi su un argomento che interessa solo a politici, magistrati e avvocati.

Che è un po’ come chiedere al condannato a morte se preferisce essere giustiziato sulla sedia elettrica o con un’iniezione letale, mentre giudici, politici e avvocati si accapigliano in dotte disquisizioni giurisprudenziali a favore dell’una o l’altra soluzione.

Dal punto di vista del cittadino, giustizia vuol dire sapere quanto dovrà aspettare per avere una sentenza definitiva, quanto gli costerà il calvario giudiziario e quanti anni dovrà convivere con l’incertezza che succhia la vita.

I politici discutono di rapporti tra poteri dello Stato, i magistrati difendono o ne contestano l’assetto in nome dell’autonomia, gli avvocati guardano alla parità tra accusa e difesa. Tutte posizioni legittime, ma in larga parte, tutte interne al sistema. Il grande assente è il cittadino.

Con la giustizia ridotta a terreno di scontro tra categorie professionali e pretesto per regolamenti di conti tra politica e magistratura, fanno riflettere le parole di Piero Calamandrei, parole ancora attuali: giudici e avvocati sono come specchi, ciascuno deve riconoscere nell’altro la stessa dignità e la stessa responsabilità. Senza questa consapevolezza, nessuna riforma dell’ordinamento giudiziario potrà far funzionare davvero il sistema.

La separazione delle carriere è una scelta politica legittima. Può essere condivisa o criticata con argomenti più o meno seri, ma è pur sempre una scelta politica. Il punto dirimente è l’efficacia di una riforma costituzionale. Ogni riforma costituzionale, compresa quella della giustizia, dovrebbe essere valutata con un criterio semplice:

Questa riforma migliora concretamente la vita delle persone?

Se non incide sulla durata dei processi, sull’efficienza degli uffici e sulla tutela effettiva dei diritti, resta solo una riforma degli assetti di potere, non migliora certamente la qualità del servizio. Per chi si ritrova da anni invischiato nella palude giudiziaria, la differenza non è teorica. È decisiva.

Condividi questo articolo