Silenzi del terzo tipo

Giuseppe Pantaleo
9 Minuti di lettura

Estate, voglia di leggerezza. Giorni addietro ho letto, su questa testata lo scorso 30 luglio, un comunicato dell’avezzanese Asd Crisalide; mi ha leggermente intristito il finale – «Si ringraziano, infine, tutte le associazioni ambientaliste della Marsica e abruzzesi per l’assordante silenzio dinanzi a questo ennesimo disastro ambientale e alla totale distruzione di un ecosistema naturale» («Anche il silenzio ha un suono, come diceva John Cage», Enrico Intra, in Musica Jazz febbraio 2026) – mentre nel complesso trovo delle indicazioni leggermente interessanti. L’argomento è l’attuale crisi idrica nella piana del Fucino: i canali; parlerò di fatti miei per cominciare.

Ho messo i piedi in un’isola pedonale per la prima volta (Frankfurt am Main) nell’estate del 1977, la prima chiusura al traffico motoristico di una strada risaliva invece a ventiquattro anni prima. Ne parlai entusiasta in giro dove vivo e pochi anni dopo mi esposi pubblicamente; durò poco, perché insieme ad altri comprendemmo – con poco sforzo – che ad Avezzano non era proprio aria per certe cose. (Tanto è stato, è andata proprio così). Qualcuno potrà perciò rimproverarmi che negli ultimi quarant’anni ho scritto pochissimo sull’argomento – in realtà, sono intervenuto ma di rimessa su qualche idea ridicola di qualche Amministrazione di volta in volta in carica altrimenti me ne sarei stato in silenzio, in attesa di tempi propizi.

Sul tema di Amplero – per i più giovani: la captazione e il pompaggio verso una quota maggiore e in un invaso da realizzare in un’altra valle, dell’acqua del fiume Giovenco –, ho pubblicato per decenni dai primi degli Ottanta; l’ultima volta che è spuntato fuori l’argomento – tre o quattro anni fa – ho taciuto, sarà uguale anche in futuro. (Se dopo tutto questo tempo non si è capito a Fucino, che quell’opera – compresa l’impermeabilizzazione di un’area carsica – sarebbe un danno ambientale, ciccia! Uno si dà a Shōbōgenzō Zuimonki, a Miles Davis, all’agatologia).

Nel 1982 raccontai casualmente dentro la redazione locale del Messaggero di un caso d’inquinamento in atto nei canali del Fucino; loro m’invitarono a fare qualche foto. Inforcai la bicicletta, raggiunsi il Nucleo industriale e feci alcuni scatti a un canale ricoperto di un folto strato di schiuma bianca; tornato a casa sviluppai la pellicola, stampai e consegnai le fotografie: uscì un pezzo il giorno seguente – loro avevano anche dei dati recenti sulla qualità delle acque in quella zona. Parlandone in giro, sorgeva spontanea la domanda: «Di chi è la responsabilità?»; mentre era più frequente l’obiezione: «Se poi chiudono la fabbrica X, che fine farà chi ci lavora?». Non fui il solo a inserire il Fucino nelle mie biciclettate per segnalare altri casi d’inquinamento e a parlarne in giro di volta in volta; una scoperta di poco più tardi fu quella dei camioncini che sversavano liquidi tossici nei canali – anche sui terreni da quelle parti. «Anche loro stanno lavorando…». (‘Ah, but I was so much older then | I’m younger than that now’).

Nel mio blog, anche su questa testata, pubblicai un pezzo risalente all’estate 1983 legato alla vicenda Amplero la cui sostanza era consigliare di cambiare le colture nella Piana scegliendo quei prodotti che richiedevano l’acqua di cui si dispone al momento anziché prenderne dell’altra altrove e in quel caso specifico, impoverire un piccolo fiume. La questione sullo sfondo era il modello di sviluppo – Hic Rhodus, hic salta; il modo di funzionare della nostra società (tuttora) ispirato all’utopia dello sviluppo illimitato in un pianeta che però possiede risorse limitate. In quel periodo il termine risparmio era usato in diversi settori nonostante si fosse agli inizi della «Milano da bere», della straripante euforia collettiva di quel periodo; a zonzo per le Autobahn io notavo svariati cartelli con la scritta: Spare Energie. (È appunto un altro modello di sviluppo la stella polare, il «deflusso minimo vitale» resta tra gli ultimi pensieri di un ambientalista). A proposito: si è mosso qualcosa in tal senso nella zona, da quel periodo?

Ancora nel 1983, uno che aveva avuto le mani in pasta (Ente Fucino) nello sviluppo fucense nei primi anni Cinquanta del secolo passato mi raccontò l’atteggiamento come minimo negativo di chi coltivava la terra nei confronti delle barriere frangivento (pioppi) che erano state pensate per mantenere una certa temperatura al suolo – idem le siepi.

Da anni, per la situazione dei canali e dei dintorni del Fucino seguo le informazioni e le dritte della Stazione ornitologica abruzzese, sita in Pescara – lontanuccio vabbè… Negli ultimi tempi, per ciò che riguarda i fiumi di queste parti, seguo la lodevole azione di Rewilding Apennines (Gioia dei Marsi, AQ). Eliminare il più possibile le briglie dal corso dei fiumi – anche gli argini di cemento – è una pratica istituzionale che in Europa risale almeno agli anni Ottanta del secolo scorso; la loro costruzione è dipesa dall’ignoranza di cosa è e come funziona un corso d’acqua.

In questi anni Venti capita in estate di scorrere – sui mezzi d’informazione – le immagini di alcuni fiumi del Nord Italia in secca: corsi d’acqua ben più lunghi e con portate senza dubbio maggiori del reticolo di cui sto parlando. Hanno stimolato qualche processo, acceso una mezz’idea nelle teste di «chi di dovere» da queste parti? Negli altri fucensi? Piove di meno secondo i quotidiani e con qualche sforzo si può addirittura immaginare che cade meno acqua che finirà nei fiumi e nelle falde acquifere. Le perdite degli acquedotti sono ormai dei dati acquisiti da decenni che non fanno più caldo né freddo alle istituzioni, è difficile anche immaginare di metterci le mani. Utilizzando… il silenzio per meglio ascoltare discorsi delle persone al bar, in giro in questo periodo dell’anno, ci si può accorgere degli abusi e gli enormi sprechi di semplici cittadini: l’acqua è considerata res nullius da una grossa fetta della gente comune. Per cambiare una simile mentalità non basta un anno, né cinque, né dieci.

L’unica cosa che mi ha infastidito del comunicato è l’essere accostato al settore agricolo, le cui lobby sono interessate fin dall’inizio (2019) a far saltare, a frenare in ogni caso l’attuazione della transizione ecologica nel continente (Green Deal). E poi: che c’entro io con tutte quelle figure?

Il comunicato citato è un lungo, dettagliato elenco di ritenuti responsabili della recente, spettacolare moria di pesci: capita raramente. Io invece chiedo: tutto qua? Per quello che ho finora esposto, c’entra di mezzo la mentalità molto meridionale della zona, nonostante la sua latitudine. Per una larghissima fetta di residenti, guai a toccare qualcuno che è al lavoro, anche se nel corso della sua attività questi commette un abuso eclatante, provoca un qualsiasi danno. Il vivacchiare di assistenzialismo della stessa zona, disincentiva qualsiasi movimento, simpatia verso le sollecitazioni della contemporaneità. La moria di pesci è solo un esito di una situazione pressoché imbalsamata da decenni, che non ha permesso d’immaginare minimamente un qualche futuro, nonostante le evidenti trasformazioni in corso. E poi, ci vuole così tanto per capire che quella dei canali fucensi è una situazione strutturalmente fragile?

Ho passato anni a trovare differenze tra il capoluogo e i paesi viciniori, questa vicenda mi ha mostrato che l’atteggiamento nei confronti della questione idrica è invece stato identico. In fine, spero di aver spiegato in modo esauriente il significato del mio silenzio su diversi argomenti, negli ultimi decenni. (Al posto dei pescatori, me lo sarei risparmiato tanto catastrofismo, a buon mercato).

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Lavoro come illustratore e grafico; ho scritto finora una quindicina di libri bizzarri riguardanti Avezzano (AQ). Il web è dal 2006, per me, una sorta di magazzino e di laboratorio per le mie pubblicazioni.