Capistrello – L’ultimo comunicato della Provincia dell’Aquila prova a riordinare una vicenda che si trascina da anni. La fotografia sullo stato di abbandono della Simbruina è nota: dissesto idrogeologico, versanti instabili, frane diffuse, massi che occupano la carreggiata. È evidente che il problema sia di natura strutturale.
La Provincia nei giorni scorsi ha diffuso un comunicato in cui parla di un progetto complesso e articolato che coinvolge più attori, attribuendo implicitamente i ritardi alla necessità di indagini più approfondite. Una narrazione tecnicamente fondata che però arriva dopo anni in cui la Simbruina è rimasta chiusa senza un cronoprogramma di riqualificazione credibile.
Il dato che colpisce, leggendo il comunicato, sono i circa seicentomila euro spesi per progetti e studi tecnici, e una richiesta di finanziamento di 7 milioni di euro, ancora da ottenere, tramite la Regione Abruzzo. Ed è qui che emerge il nodo politico. La complessità tecnica è reale, ma non può diventare l’alibi di una gestione che, fino ad oggi, è apparsa frammentata, intermittente e tardiva.
Il ritardo nell’affrontare le criticità della SP63, da parte della Provincia, sembrerebbe essere dipeso da un’attività di programmazione dettata da priorità diverse che hanno evidentemente ignorato la Simbruina consegnando l’arteria a una costante e progressiva azione erosiva, diventata elemento di accelerazione del dissesto idrogeologico.
Forse una maggiore attenzione e interventi più puntuali avrebbero potuto evitare l’aggravarsi della situazione e il peggioramento dello stato della strada, e probabilmente, avrebbero fatto risparmiare risorse finanziarie all’erario.
Ma forse è proprio il comunicato stampa della Provincia, la cui versione integrale è in fondo all’articolo, a rivelare in maniera plastica le ragioni della ritrosia manifestata negli anni nel programmare interventi risolutivi. Basta leggere il virgolettato in fondo alla nota dove si dice:
«Accanto al valore turistico, la strada provinciale 63 rappresenta una via di comunicazione essenziale per i residenti dei comuni montani dei due versanti appenninici, che la utilizzano per gli spostamenti quotidiani, per lavoro, ma anche per le esigenze sanitarie.»
In buona sostanza è la Provincia stessa a riconoscere che la strada viene quotidianamente utilizzata per gli spostamenti, pur essendo ufficialmente chiusa al Km. 13+700 ovvero al bivio per l’altopiano della Renga.
Insomma, tutti sanno che la strada viene utilizzata anche se è ufficialmente chiusa. Tanto la responsabilità del rischio a cui si espone chi la percorre abusivamente andrebbe a ricadere inevitabilmente sull’imprudente automobilista che vi si avventura.
Ma come si concilia l’ordinanza di chiusura della strada al transito se la stessa provincia, nel comunicato stampa, dichiara che quella stessa strada è quotidianamente utilizzata per spostamenti dovuti alle più disparate esigenze?
Chi vive tra la Marsica e il versante laziale dei Monti Simbruini conosce bene questa storia. Negli anni si sono susseguiti annunci di riapertura, sopralluoghi, promesse di finanziamenti imminenti. Ogni volta però, i lavori non sono mai partiti.
Va riconosciuto che il livello progettuale descritto oggi nel comunicato è più avanzato rispetto al passato. Interventi su versanti, drenaggi, barriere paramassi, monitoraggio geotecnico: siamo di fronte a un approccio finalmente sistemico.
Ma resta una criticità decisiva: senza copertura finanziaria certa, il progetto rimane sulla carta. La conferenza dei servizi è un passaggio importante, così come il coinvolgimento di enti come l’Autorità di bacino e il Comune di Capistrello. Parliamo ancora di fase autorizzativa, non operativa.
Se, nell’ipotesi più ottimistica, il finanziamento venisse sbloccato entro il 2026 senza ulteriori ostacoli burocratici, occorrerebbero fra i 6 e i 9 mesi per completare gli iter autorizzativi e il progetto esecutivo. Questa la stima che ci è stata prospettata da alcuni tecnici esperti nel settore dei lavori pubblici nel campo della viabilità.
A seguire ci vorrebbero altri 24–36 mesi per portare a termine i lavori, data la complessità geologica e l’estensione degli interventi. Questo porta a una riapertura non prima del 2030, in uno scenario senza ulteriori rallentamenti. Risolto l’aspetto tecnico della questione, resta la gestione comunicativa della vicenda da parte delle istituzioni, alquanto ambivalente.
Oggi, da un lato si registra un linguaggio più tecnico e più prudente, segno di una maggiore attenzione alle rivendicazioni del territorio e maggiore consapevolezza della complessità. Dall’altro, il comunicato assomiglia al tentativo di ricostruire a posteriori una narrazione giustificativa, quasi autoassolutoria. Assumere pienamente la responsabilità del tempo perso come fattore di aggravamento dello stato della strada, neanche a parlarne!
Manca quindi un elemento fondamentale: un’ammissione chiara dei ritardi e delle occasioni mancate. La Simbruina non è un caso isolato ma è anche un simbolo delle aree interne dell’Appennino, dove ogni infrastruttura chiusa o inefficiente diventa un fattore moltiplicatore dello spopolamento.
Senza collegamenti affidabili le imprese non investono, i giovani se ne vanno, i servizi diventano più lontani. Riaprire la SP63 significa molto più che ripristinare una strada: significa restituire credibilità alle istituzioni e una prospettiva in più a territori che da troppo tempo si sentono dimenticati.
Il progetto oggi esiste, ed è un passo avanti reale. Seppur arrivato dopo anni di promesse non mantenute. Adesso la vera sfida non è più tecnica ma è politica. Oltre alla strada va ricostruita la fiducia nelle istituzioni.

