“Terroristi” a L’Aquila: intrigo internazionale o tragicommedia all’italiana?

Angelo Venti
Angelo Venti
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Si addensano forti ombre sulla richiesta di estradizione israeliana di Anan Yaeesh e sulla cosiddetta “Operazione contro il terrorismo internazionale” tanto sbandierata da esponenti del governo e politici di centrodestra dopo gli arresti di tre giovani palestinesi eseguiti lunedì 11 marzo a L’Aquila.

Lo stesso ministro degli interni ci è andato subito molto pesante. Questo il commento di Piantedosi all’operazione della Polizia di Stato e della Digos aquilana, coordinata dallaProcura nazionale antimafia e antiterrorismo, rilasciato subito dopo i 3 arresti di lunedì 11 marzo: “Soddisfazione per la cattura all’Aquila di tre pericolosi terroristi, operazione che conferma il continuo impegno e la grande capacità investigativa delle nostre forze dell’ordine”.

Anche ieri, giovedì 14 marzo, rispondendo al Question time al Senato il ministro ha dichiarato: “L’operazione dell’11 marzo scorso a L’Aquila conferma il continuo impegno e la grande capacità investigativa delle nostre Forze dell’ordine e testimonia la costante azione di monitoraggio e prevenzione realizzata sul fronte dell’estremismo e della radicalizzazione”.

La prima impressione che si ha di fronte a questi tre arresti è che gli organi inquirenti hanno preso un granchio clamoroso: un combattente della resistenza palestinese viene spacciato come capo di una pericolosa organizzazione terroristica internazionale.

Hanan Yaeeh è infatti un membro delle “Brigate martiri di Al Aqsa” fondate dal “Mandela palestinese” Marwan Barghouti, è un militante dell’organizzazione Al Fatah di Yasser Arafat nonché ex membro dei servizi di sicurezza dell’Autorità palestinese del presidente Abu Mazen.

Gli altri due arrestati, invece, vengono descritti come suoi semplici complici, ma purtroppo per loro agli inquirenti di arrestati pare che ne servissero tre. Insomma, qualcosa non quadra anche a prima vista.

La seconda impressione è che per spingere a questi arresti ci sia stato invece anche un intervento esterno, finalizzato a impedire l’estradizione di Anan Yaeesh senza troppo ferire gli alleati israeliani, che invece insistono per ottenerla. Per dirla fuori dai denti, c’è chi mormora che dietro la singolare operazione antiterrorismo aquilana ci sia lo zampino delle nostre “barbe finte”, che della galassia delle organizzazioni mediorientali sicuramente se ne intendono più del ministro Piantedosi, soprattutto sanno anche come comportarsi.

Se le cose dovessero stare realmente così, l’opera degli investigatori abruzzesi è invece da considerare come notevole: sono infatti riusciti a raggiungere il fatidico numero di 3 arresti – cioè il numero minimo per poter contestare il reato di associazione terroristica – impedendo così fino al termine del processo l’estradizione in Israele di Anan Yaeesh in quanto detenuto in Italia per lo stesso reato. Ed effettivamente almeno uno dei tre – anche a degli incompetenti come noi – in questa retata appare come tirato dentro per i capelli.

Sono tanti gli attori in chiaro e le entità nascoste che si muovono intorno a questo caso. La regia, ovviamente, è israeliana, a cui si aggiungono anche alcuni aspiranti aiuti registi reperiti in loco. Ad essere interessante nel film è però il cast.

Questi, in ordine di apparizione, gli attori protagonisti in chiaro: Governo israeliano, Governo Italiano, Corte d’appello dell’Aquila, avvocato difensore di Anan Yaeesh, Questura dell’Aquila, DDA abruzzese. Questi invece gli attori in incognito, elencati a vario titolo e livello di coinvolgimento e sempre in ordine di apparizione: Servizi israeliani, Servizi italiani, Autorità nazionale palestinese e/o qualche suo referente locale. Icomprimari e le comparse li elenchiamo invece tutti insieme e in ordine sparso: esponenti politici e di governo, organi di stampa, associazioni, cittadini. Tecnico del suono il ministro Piantedosi.

Per le scene del film girate invece nel Territori palestinesi occupati da Israele – in particolare nella città e nei campi profughi di Tulkarem – sono questi i protagonisti involontari: Brigate martiri di Al Aqsa con special guest ilCapo militare Munir Al-Maqdah, Brigata Tulkarem, Al Fatah, Servizi di sicurezza palestinesi, Servizi israeliani, Militari e riservisti di Tsahal, Coloni e combattenti palestinesi martirizzati dagli israeliani.

Un set molto affollato al centro del quale si sono ritrovati, loro malgrado, i tre arrestati a L’Aquila. Eccoli:

Anan Kamal Afif Yaeesh, nato a Nablus (Palestina) il 20 settembre 1987, residente a L’Aquila, ora detenuto nella Casa circondariale di Terni; Ali Saji Ribhi Irar, nato a Ramallah (Palestina) il 27 febbraio 1994, residente in L’Aquila e ora detenuto nella Casa circondariale dell’Aquila; Mansour Doghmosh, nato in Palestina, in data 26.1.95, domiciliato di fatto in L’Aquila e ora detenuto nella Casa circondariale dell’Aquila.

Questa è una brutta pagina per l’Italia, che dimostra con plastica evidenza la sudditanza del nostro governo verso lo Stato d’Israele e anche tutta l’ipocrisia con cui affronta la tragedia israelo-palestinese.

I nostri governanti faticano persino ad applicare le più elementari norme del diritto internazionale. Non solo: oltre all’incapacità a comprendere i fatti e ad operare una qualsiasi distinzione, tra le fila del governo emerge sempre con maggiore prepotenza anche la pericolosa tendenza a sparare nel mucchio.

Questa brutta storia inizia il 29 gennaio scorso con l’arresto – a seguito di richiesta di estradizione avanzata da Israele – di Anan Yaeesh, un 37enne palestinese residente nel capoluogo abruzzese e beneficiario di un regolare permesso di soggiorno con protezione speciale. A questo episodio segue – grazie a una provvidenziale inchiesta condotta dalla DDA abruzzese e basata prevalentemente su chat e post sui social – un nuovo mandato d’arresto a suo carico, insieme ad altri due giovani palestinesi domiciliati sempre a L’Aquila, Ali Saji Ribhi Irar e Mansour Doghmosh. Quando si dice il caso: i tre vengono arrestati all’alba di lunedì 11 marzo, proprio alla vigilia dell’udienza della Corte d’appello dell’Aquila chiamata a pronunciarsi sulla richiesta di estradizione di Anan Yaeesh in Israele.

Subito dopo il mandato d’arresto a carico dei 3 giovani palestinesi accusati di “associazione a delinquere con finalità di terrorismo anche internazionale“, le veline hanno invaso le redazioni di tutta Italia facendo esplodere un vero e proprio delirio mediatico.

Ma a guardar bene, le notizie pubblicate da quasi tutti gli organi di stampa, sembrano tutte originate da veline prodotte da una stessa fonte e poi distribuite a tutte le redazioni: stesse citazioni, uguali virgolettati. Si tratta con tutta evidenza di una stessa fonte istituzionale, o comunque riconducibile chissà a quale apparato dello Stato.

Appare anche singolare che – in barba alle nuove restrizioni imposte dalla legge sulla pubblicazione degli atti processuali – a risultare identici siano anche le citazioni di stralci di intercettazioni di chat sul canale telegram: una procedura che possiamo definire come quantomeno strana, se non sospetta.

A risultare analoghe sono anche le imprecisioni e le interpretazioni palesemente sbagliate, in particolare quelle sul ruolo reale dei personaggi e delle organizzazioni coinvolte e quelle relative al contesto in cui avvengono i fatti trattati. Il risultato è che anche al lettore più attento risulta così oggettivamente difficile districarsi tra articoli, servizi televisivi, agenzie stampa. Si pensi che negli ultimi giorni sono state modificate persino diverse pagine su wikipedia…

Stando sempre ai contenuti delle veline diffuse ad arte – leggendole però con attenzione e cognizione – l’indagine della DDA abruzzese si basa prevalentemente su chat e post pubblicati sui profili social degli arrestati e appare anche fumosa, inconsistente e tragicomica, almeno quanto la richiesta di estradizione. L’accusa del Gip nei confronti dei tre palestinesi è certamente pesantissima, ma a leggerla bene è comunque ambigua: «manifestavano finalità terroristiche tese a organizzare attentati suicidari, anche mediante l’impiego di autobombe, in territorio israelo-palestinese, in particolare in Cisgiordania (West Bank), nella città di Tulkarem, in danno di obiettivi israeliani civili e militari».

Alla massiccia diffusione di informazioni fuorvianti, sono seguite poi le allucinanti dichiarazioni di ministri e politici di governo diffuse tra lunedì 11 e mercoledì 13 marzo, tutte tese a mantenere buoni rapporti con Israele, a criminalizzare gli arrestati e tutti gli attori coinvolti e persino a delegittimare chi – politici, associazioni e singoli cittadini italiani – protesta contro l’estradizione di Anan Yaeesh.

L’accusa nei confronti dei tre palestinesi arrestati è da far tremare i polsi: “Associazione a delinquere con finalità di terrorismo anche internazionale”.

Per provare a fare chiarezza, conviene fissare date e sequenza degli avvenimenti. Iniziamo con due fermoimmagine: il primo è del 29 gennaio, giorno dell’arresto a seguito di una richiesta di estradizione israeliana nei riguardi di Anan Yaeesh; il secondo fermoimmagine è di lunedì 11 marzo, il giorno in cui vengono eseguiti i tre mandati d’arresto emessi dalla DDA abruzzese nei confronti sempre di Yaeesh e poi di altri due giovani palestinesi: Ali Saji Ribhi Irar e Mansour Doghmosh.

Ma per capire cosa è successo – e soprattutto cosa sta succedendo – è necessario riavvolgere il nastro di questo pessimo film e ripartire dall’inizio, riguardando tutto alla moviola, fotogramma dopo fotogramma.

Frame 1 – Il 27 gennaio scorso la Corte d’Appello dell’Aquila emette un mandato di arresto contro Anan Yaeesh, palestinese 37enne residente da alcuni anni nel capoluogo abruzzese. Questo provvedimento restrittivo – forse per la prima volta nella storia italiana – è stato emesso a seguito di una richiesta di estradizione presentata alle autorità italiane dallo stato d’Israele.

Frame 2 – Flavio Rossi Albertini, avvocato di Anan Yaeesh, presenta una tanto opportuna quanto circostanziata istanza contro l’estradizione del suo assistito: “La sua consegna nelle mani di Israele è contraria al diritto internazionale”. Dopo alcune settimane, iniziano timidamente in Italia le prime manifestazioni contro l’estradizione.

Frame 3 – Lunedì 11 marzo – vigilia della decisione della Corte d’appello dell’Aquila sulla richiesta d’estradizione – la DDA abruzzese spicca altri tre mandati di arresto: uno sempre nei confronti di Anan Yaeesh, già in carcere, gli altri due nei confronti di Ali Saji Ribhi Irar e Mansour Doghmosh, giovani palestinesi anche loro residenti a L’Aquila.

Frame 4 – Nell’udienza del 12 marzo i giudici della Corte d’Appello rinviano ulteriormente la decisione sulla richiesta d’estradizione avanzata da Tel Aviv. Ma, come conferma lo stesso avvocato Rossi Albertini, la nuova indagine per terrorismo della DDA dell’Aquila e i 3 nuovi arresti eseguiti il giorno precedente – secondo l’articolo 8 della convenzione europea sull’estradizione – sarebbe una valida e ulteriore motivazione per rifiutare la consegna di Anan Yaeesh a Israele. Insomma, deve prima essere processato in Italia e poi si vedrà. Forse…

Frame 5 – Mercoledì 13 marzo la Corte d’Appello rende nota la sua decisione: No all’estradizione in Israele di Anan Yaeesh. Per i giudici, “non si configurano le condizioni per una sentenza favorevole all’estrazione in Israele in quanto il detenuto è sottoposto a procedimento penale per gli stessi fatti oggetto della richiesta di estradizione nell’ambito di un procedimento promosso dalla procura di L’Aquila per il reato di terrorismo”. I tre, in virtù dei nuovi mandati d’arresto, restano però in carcere.

Tra il frame 4 e il frame 5, però, c’è un passaggio interessante che vale la pena rilevare. Davanti ai cancelli della Corte d’appello dell’Aquila in via XX settembre, terminata l’udienza, l’avvocato Flavio Rossi Albertini rilascia una dichiarazione davanti ai giornalisti e ai partecipanti al sit-in di solidarietà, organizzato da varie associazioni per scongiurare l’estradizione di Anan Yaeesh. La dichiarazione contiene anche alcuni passaggi molto interessanti che possiamo riassumere in questi pochi punti:

i giudici si sono riservati di decidere sull’estradizione; Ribadisco che in base al diritto internazionale l’estradizione verso Israele non può comunque essere concessa; Se i giudici si fossero posti prima queste domande Yaeesh non avrebbero dovuto nemmeno arrestarlo; Gli arresti di ieri sono un ulteriore motivo per non concedere l’estradizione, perché il nostro codice di procedura penale lo impedisce se si è processati in Italia per lo stesso reato”.

Su quest’ultimo punto il giudizio dell’avvocato è lapidario e apre la strada a inquietanti domande su cosa stia realmente succedendo intorno a questo caso tra le varie articolazioni dello stato italiano:

“L’Italia così farà la prima della classe: il più fedele alleato di Israele, da una parte sottopone a processo penale e reprime la resistenza palestinese e d’altro può dire no a Israele, senza invocare tutte le questioni sul diritto internazionale segnalate da noi. Per cui non verrà detto ‘non possiamo consegnarvi Anan perché altrimenti lo torturate’, ma si dirà che ‘non ve lo consegniamo semplicemente perché lo stiamo processando noi’. Guarda caso proprio ieri c’è stata questa ulteriore operazione [i 3 arresti n.d.r.]”.

Alle domande dei presenti che chiedevano notizie su Anan Yaeesh e sugli altri due arrestati, Ali Saji Ribhi IrareMansour Doghmosh, l’avvocato ha dato queste ulteriori e interessantissime risposte:

“Anan era presente: è un ragazzo in gamba per cui starà sicuramente bene. Gli altri due arrestati stanno nel carcere dell’Aquila: comunque stiamo parlando di ragazzi intelligenti, per cui…”.

Per l’avvocato si tratterebbe quindi di “Ragazzi intelligenti”. Forse talmente intelligenti che – ma questa è solo una nostra speculazione – potrebbero anche essersi prestati a fornire questa via d’uscita ad Anan – ma anche alle autorità italiane – fino al punto d’accettare di essere arrestati: in fondo, se si deve contestare il reato di associazione, per legge bisogna essere almeno in tre…

Le “Brigate dei Martiri di Al Aqsa” sono state fondate da Marwan Barghouti nel 2000 e sono una emanazione dei Tanzim, il braccio militare di Al Fatah, l’organizzazione maggioritaria dell’Olp che faceva capo prima ad Arafat e ora al presidente dell’Autorità palestinese Abu Mazen./

Nascono con l’esplosione della Seconda Intifada, con la provocatoria passeggiata dell’allora capo dell’opposizione israeliana Ariel Sharon che, scortato da un migliaio di uomini armati, entra sulla Spianata delle moschee, a Gerusalemme est. Le Brigate non sono quindi un’organizzazione religiosa ma profondamente laica: prendono infatti il nome dai martiri palestinesi uccisi dall’esercito israeliano durante gli scontri seguiti a quella provocazione di Sharon.

Nel 2002, dopo un attentato suicida a Gerusalemme, il gruppo fu inserito da Israele e Stati uniti nella lista delle organizzazioni terroristiche, seguiti poi da Canada, Unione europea e Giappone. Le Brigate hanno posizioni radicali ed anti-israeliane e l’obiettivo prioritario è comunque il ritiro delle truppe israeliane e dei coloni dai Territori palestinesi illegalmente occupati da Israele. Sono molto radicate in Cisgiordania e in particolare all’interno dei campi profughi.

[ CONTINUA ]

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