Un anarchico è un anarchico

Franco Massimo Botticchio
12 Minuti di lettura

L’ingravescente trasfigurazione della vita e delle opere del medico Francesco Ippoliti

Tra tutte le leggende e le propalazioni che informano le conoscenze e la vulgata dell’accidentata – e per più versi sconosciuta – storia contemporanea del disgraziato altipiano del Fucino, quella di Francesco Ippoliti (San Benedetto dei Marsi, 1865-1938) è sicuramente tra le più interessanti: a) vuoi per la indubbia particolarità che connota il personaggio; b) vuoi per come vita gesta ed opere dello stesso sono state tramandate e sono giunte sino a noi; e, infine, c) vuoi, infine, per la tangente che l’interpretazione di fatti e documenti conosciuti sta prendendo, agli occhi dei millennials.

James Fantauzzi

Lo scorso 16 novembre si è tenuta, in San Benedetto dei Marsi, un’iniziativa nel corso della quale si è presentata la graphic novel realizzata da James Fantauzzi sulla vita di Francesco Ippoliti e, insieme, si è provveduto a dedicare alla figura dell’anarchico un centro medico. Su questo interessante incontro propongo di seguito, qualche misera considerazione.

La premessa è purtroppo dovuta, a tedio del lettore, quandanche esponga potenzialmente al rischio di interruzione della scòrsa di questo misero pezzo: della vita e delle opere di Francesco Ippoliti lo scrivente, se non tra i maggiori conoscitori, è tra i più grandi appassionati. Un interesse maturato un’era geologica fa, nel trascorso secolo, proprio alla lettura di quei notissimi passaggi dell’opera di Silone nei quali «F.J.» viene descritto, e corroborato dalla circostanza, meno apprezzata ma pure di non minor rilevo, che tra gli pseudonimi che Silone utilizzò nella sua carriera rivoluzionaria è indicato, nella copertina del fascicolo del casellario politico di Secondino Tranquilli, quello di «Hippolite». Questo non per rivendicare improbabili primazie ma per dire che quanto segue, lungi dallo ‘sminuire’ la figura dell’Ippoliti, intende esprimere un invito a connotarlo alla luce di una diversa prospettiva, che ritengo maggiormente adeguata. Con tutta la modestia possibile.

Gli interventi che hanno caratterizzato l’iniziativa (benemerita) del 16 novembre u.s. hanno tutti il pregio di dimostrare, a chi voglia trattare gli accadimenti del Passato con la posologia ed il metodo che il loro esame richiede(rebbe), che la Storia è dinamica, in movimento, e cangianti sono sia l’oggetto che si esamina che l’animo di chi vi pone mano: sarà una banalità (almeno per come qui espressa; non per come più autorevolmente teorizzata), ma oggetto e biografo sono essi stessi un qualcosa in continuo divenire, e le loro rispettive consistenze (e considerazioni) mutano con il trascorrere del tempo, le sensibilità, ecc..

Quel che costituisce l’àncora indispensabile per il nocchiere che si avventura a condurre la nave del Passato nella gran tempesta degli eventi che furono è il concetto di contesto. Il contesto. Senza di questo, questa nave rischia di finire alla deriva, spinta, dalle opinioni degli uni o degli altri, sugli scogli dell’indeterminatezza o nella bonaccia della incomprensione e dell’equivoco. Senza metodo storico, senza lo sceverare la natura delle fonti prima ancora che i contenuti, senza la conoscenza dell’ambiente del quale vogliamo elevare (rievocare) una quinta per ambientarvi un racconto, rischiamo di apparire grotteschi, in piedi su una bagnarola. Con gravi ricadute sui percorsi che la ricerca del Passato andrà a battere, perché quel che oggi si produce di tossico, sui perigliosi sentieri della Storia, persiste, non si smaltisce facilmente.

Il primo elemento di fatto sul quale, sempre a modesto giudizio di chi scrive, occorrerebbe basarsi è l’indirizzo politico di Francesco Ippoliti, che è oggettivo per come si dichiarava egli e per come lo hanno rubricato le Autorità per tutta la vita: anarchico. Cosa sia l’Anarchia e cosa rappresenti nel panorama della seconda parte dell’Ottocento e la prima metà del Novecento, nella storia delle idee e del pensiero politico, non costituisce materia contendibile, se non per chi studi la Teoria del pensiero libertario e della sua evoluzione (lo abbiamo detto prima: nulla è immobile).

Francesco Ippoliti era un ateo convinto, animato da un anticlericalismo risorgimentale estremo, proprio dei suoi anni di formazione, che considerava la religione cattolica e i preti suoi officianti tra le cause prime delle ingiustizie sociali che si perpetuavano consustanzialmente all’aspergimento dell’incenso e all’accensione di ceri nelle nostre buie chiese. La Religione era considerata, né più né meno, che uno strumento di potere per tenere la popolazione soggiogata nella superstizione e nell’ignoranza. Costui era talmente immerso nel crogiuolo di idee positivistiche dell’Ottocento da essere, nei fatti, neo-malthusiano. Dunque, assimilare Ippoliti ad un «terziario francescano» può costituire un immaginifico espediente oratorio ma la vocazione ad agire per il popolo, per gli ultimi, nel caso di specie, è una derivazione del mutuo appoggio kropotkiniano più che dell’esempio di San Francesco, e questo voler edulcorare la matrice politica del medico, anestetizzarla in ragione della sua condotta umanitaria, è di per sé un’operazione mistificatoria. Un volemose bene a posteriori.

Tutti i gatti sono bigi nella notte, e – fatto salvo il fascismo per come descritto da Fantauzzi – in molti discorsi, che solo a cento anni dagli eventi possono farsi (e non è un caso ci si possa permettere di ostenderli solo oggi), anche l’elemento della popolazione risulta non pervenuto, quasi che le persecuzioni subìte dagli Ippoliti, dai De Rubeis, dalla fornaia Martino non fossero dettate da elementi sambenedettesi (icasticamente riassumibili nel ras mungivacche del quale Ippoliti tratta diffusamente in un suo manoscritto) e tutte quelle violenze non fossero tollerate, quando non apertamente applaudite sposate e comminate, dai paesani. Anche questa è un’operazione volta alla rimozione che fa scudo alla verità, quella poca che la Storia può ricostruire, a brandelli, parziale quanto si vuole. Tanta violenza, spintasi probabilmente sino allo stupro, improvvisamente è dissolta. Chi è stato? A fare cosa? Che si sia in presenza di un lavacro per parecchio orbace ammuffito nelle soffitte?

In passato, quando Dacia Maraini ed Oliviero La Stella portarono in scena un lavoro teatrale ispirato alla vita di Ippoliti, ebbi modo di osservare come dal lavoro emergesse un profilo del protagonista sempre votato alla lotta impossibile contro i padroni e le ingiustizie, sino a farne un isterico. Una causa, per quanto grande, non è totalizzante, e forse in tal modo si rende un’ingiustizia al biografato, che peraltro andrebbe studiato, per quanto possibile dai suoi scritti (molti dei quali ancora sconosciuti, non disponibili, non ricercati: il Nostro era un grafomane, la qual cosa oggi torna utile) anche sotto l’aspetto psicopatologico (su questo, la notazione del maestro D’Arpizio sull’Ippoliti conservata in biblioteca comunale a San Benedetto è, a suo modo, illuminante).

Ancora prima, ricordo che l’amministrazione sambenedettese di Paolo Di Cesare, nella seconda metà degli anni Novanta del secolo scorso dedicò una via all’Ippoliti, scegliendo simbolicamente quella che dalla villa comunale scende verso il Fucino. L’interesse per questa figura non è quindi frutto di una riscoperta recente; ma da allora, nella conoscenza effettiva dei contorni e dei documenti dello Ippoliti, non si sono fatti molti passi avanti. Questo ritardo nello scavo, nel riportare alla luce detti scritti (tra di essi vi sono molti componimenti dell’Ippoliti, in versi, satirici, meritevoli di uno studio sia linguistico che di contenuti [è difficile comprendere persino a chi egli alluda]), ha comportato l’indulgere in quella che Edoardo Puglielli, nella introduzione al fumetto di Fantauzzi definisce, correttamente, mitopoiesi.

mitopoièṡi s. f. [dal gr. μυϑοποίησις, der. di μυϑοποιέω «inventare favole», comp. di μῦϑος «racconto favoloso, mito» e ποιέω «fare»]. – In generale, l’attività, l’arte o la tendenza a inventare favole, a formare miti; in partic., nell’interpretazione dell’antropologia culturale, processo di formazione ideologica con cui si attribuisce a fatti reali o alla narrazione di essi un valore fantastico di riferimento culturale e sociale.

[Treccani, vocabolario on line]

Quello che non si conosce – copio dall’introduzione del Puglielli – «di tempi assai lontani, di un mondo contadino del quale restano scarse vestigia e pochi ricordi della durezza dell’esistenza e dell’ingiustizia ad essa connessa», lo si reinterpreta alla luce di canoni moderni, delle esperienze attuali (democrazia, agio, termosifoni, farmaci per l’asma) di chi oggi si trova a salpare in quel mare della Storia del quale sopra abbiamo accennato. Se la bussola è fuori uso, a giungere alle scogliere dell’epica è un attimo. Ma non c’è approdo.

Prodotto di questo transfert verso il mito – che è la cifra prima, ad oggi, delle conoscenze sulla figura di Francesco Ippoliti; come di quella, ad esempio, di quell’Ernesto Trapanese fondatore delle leghe contadine – è la deriva dell’opinione. Sostenere, come ha fatto Fantauzzi nel corso dell’incontro, che «Silone non sarebbe esistito senza Ippoliti», rientra in quelle manifestazioni del pensiero che nulla hanno di scientifico e di storiografico, che possono solo nuocere allo studio delle vicende del medico anarchico (e che non tangono quelle relative a Silone, evidentemente). Su una testata on line, dritto per dritto, quadro e squadro. quest’ardita affermazione (non dimostrabile, e non molto fondata) di Fantauzzi è stata sintetizzata con l’indicare l’Ippoliti quale «mentore» di Silone. Il rischio di détournement, come si vede, è grande.

A Pescina, in presenza di un equivoco o di un fraintendimento, dicono mischiare marzo con le pecore. Il bene che vogliamo ad Ippoliti (quello vero; e persino quello immaginario, fantastico) ci induce a consigliare l’esercizio di un’anarchica e creativa moderazione, ad attenersi ai fatti, a tenere tutti gli aspetti nella loro giusta dimensione, nei circuiti loro propri. E a ricercare scritti e atti. Senza carburante non si va lontani.

Franco Massimo Botticchio

ilmartellodelfucino@gmail.com

P.S. Taccio, per carità di patria, su tutta l’esaltazione propalata in ordine al prodotto primo dell’opera dello Ippoliti, l’autonomia comunale di San Benedetto dei Marsi da Pescina. Mi limito ad osservare che detta separazione, ad ottant’anni dalla sua adozione, meriterebbe un’analisi dei suoi effetti, che allo scrivente appaiono discutibili, quando non proprio perniciosi. Ma, da anarchico-gaspariano, sono pronto a ricredermi

Condividi questo articolo