Una Bomba nucleare nel cuore dell’Europa chiamata Credit Suisse

Alfio Di Battista
Alfio Di Battista
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Marsica – C’è un gigante dai piedi di argilla nel cuore dell’Europa, potenziale epicentro di un nuovo terremoto finanziario. Si chiama Credit Suisse, colosso finanziario che lo scorso anno aveva avviato un piano di risanamento con la radicale ristrutturazione della divisione dell’investment banking e il taglio di 9.000 posti di lavoro. Il tutto con l’aiuto, pronto cassa, della banca saudita, SNB.

La banca ha chiuso in perdita gli ultimi cinque trimestri. Solo nel 2022 sono stati persi 7,3 miliardi. La crisi di fiducia ha indotto alla fuga i clienti del Wealth Management che hanno ritirato dai loro conti oltre 100 miliardi solo nell’ultimo trimestre del 2022.

A distanza di soli 3 mesi, i CDS di Credit Suisse, martedì si sono avvicinati pericolosamente alla soglia dei 1.000 punti base. L’acronimo CDS sta per Credit Default Swap, è un valore espresso in punti base (100 punti base corrispondono all’1%) ed è il premio pagato da un investitore che presta i soldi a chi emette titoli di debito, per assicurarsi contro l’eventuale insolvenza dell’emittente.

Il costo per assicurare le obbligazioni del Credit Suisse contro il rischio di insolvenza a un anno, ieri quotava 836 punti base. Fonti Bloomberg riportano che oggi è in ulteriore aumento, vicino a quota 1.000, il che indica un elevato livello di preoccupazione.

Basti pensare che assicurarsi contro il default di Credit Suisse a un anno, costa 18 volte di più rispetto a Ubs e circa 9 di più rispetto a Deutsche Bank. Il crollo in borsa di oggi si sta riverberando su tutto il sistema bancario europeo.

Alla borsa di Zurigo, le azioni della banca svizzera, sono arrivate a perdere il 28%, toccando il minimo storico, per poi chiudere -24%. In Francia, BNP Paribas, Société Générale e Crédit Agricole, scendono di oltre il 9%. In Italia, Intesa e Unicredit scontano ribassi intorno al 7% mentre la fuga dalla borsa italiana spinge in alto le quotazioni delle scadenze più lunghe dei BTP, unica nota positiva della giornata.     

Le mosse della Saudi National Bank Ammar, (SNB) partecipata dal fondo sovrano saudita, e maggior azionista di Credit Suisse, non sono affatto rassicuranti. Gli arabi hanno fatto sapere, tramite il presidente Ammar Al Khudairy, di non essere più disposti a investire sulla banca svizzera. Resteranno alla finestra.

Ufficialmente la decisione dipende dal fatto che lo statuto impedisce loro di acquisire più del 10% del capitale di una società. In realtà, da ottobre, dopo essere diventati soci della banca elvetica, attraverso un aumento di capitale, il fondo ha visto continuamente assottigliarsi il miliardo e mezzo di dollari investiti. 

Robert Kiyosaki, imprenditore e scrittore statunitense, che preannunciò il fallimento di Lehman Brothers, ha dichiarato che l’istituto svizzero, ottavo nel mondo, potrebbe saltare in aria per via del crollo del mercato obbligazionario. Un’affermazione azzardata, a meno di non avere una conoscenza precisa della natura degli asset della banca. Chiaramente un evento del genere, nel cuore dell’Europa, avrebbe conseguenze devastanti per dimensioni e ricadute economiche, ma vale sempre il detto too big to fail. Speriamo sia vero.  

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