Una nuova vecchia storia

Giuseppe Pantaleo
Giuseppe Pantaleo
9 Minuti di lettura

Mi è capitato, casualmente, di acquistare un libro; sembrava si trattasse della storia di un tipo, a prima vista. Il nome del soggetto indagato era il secondo del protagonista dell’unica biografia che io possiedo (B. Miles, Frank Zappa, 2004). L’ho prelevato dall’espositore senza pensarci due volte. Era stato presentato al pubblico avezzanese un paio di giorni prima, senza clamore; io ignoravo completamente il suo contenuto (A. De Stefano, Vincent Massari. Cronache di un abruzzese d’America, Radici Edizioni 2023). Si tratta delle vicende di un luchese – spero di non contraddirmi troppo. Ho preso a leggerlo il giorno seguente e l’ho terminato in breve tempo, come non mi capita normalmente. Come mai tanta sollecitudine? Non avevo fretta, né ero pressato da qualcuno in realtà, né tanto meno attratto o affascinato dal contenuto; è successo perché somiglia ai libri che ho incontrato, come tutti gli adolescenti, nella fase della formazione: un insieme di conoscenze di diverso tipo, paesaggi, qualche riflessione, madrigali, divagazioni, invenzioni tecnologiche, erbe officinali ma non solo – ‘Parsley, sage, rosemary and thyme’ –, usanze locali, elementi autobiografici, lazzi, fiction – come dicono oggi. (Il tutto ben cucito, com’è ovvio altrimenti non si raggiunge la schiera dei «classici»). Possono intervenire, durante la lettura, dei fattori di tipo personale a far affezionare alle pagine che si sfogliano: spunta qualcosa che si è ignorato per decenni, ci s’immedesima in un brano che tratta di una situazione che si è vissuta (direttamente, indirettamente), si tentano parallelismi con la situazione attuale. (Da ragazzo, sentivo parlare di Tizio «emigrato» oltreoceano che non si vedeva in giro da decenni mentre oggi qualche amico racconta: «Mio figlio adesso lavora a XYZ», come se l’ex pargolo potesse tornare a fare bisboccia per una serata con gli amici da un momento all’altro). È stata perciò una questione di risonanze, nel caso specifico.

Ho preso nuovamente a leggerlo dopo qualche giorno, per aver accettato di scriverci qualcosa sopra; mi sono poi accorto che il volume era stato collocato dalla casa editrice nella collana Vite, si tratta perciò, burocraticamente, di una biografia. M’interessa pochissimo il genere in realtà o la posizione commerciale di una pubblicazione: leggere è per me un piacere, tutto il resto viene dopo. (Ho presente la scrittura di D’Arcy W. Thompson quando pubblicava On Growth and Form: argomenti verso cui il grosso pubblico dei libri aveva scarsa propensione e dimestichezza).

L’introduzione è autobiografica, idem le tre pagine dedicate all’archivio Massari. Il secondo capitolo è la traduzione di un’intervista al luchese avvenuta nel 1974 – lui era nato nel 1898; in essa, si racconta poco di questo (ormai) personaggio – è dipeso anche dall’intervistatore. Nel terzo, si parla essenzialmente di emigrazione italiana negli Stati Uniti d’America… Nel quarto è raccontata una strage di lavoratori a Ludlow (Colorado), un evento rilevante, sentito soprattutto dai minatori; uno di questi era Domenico Massari – padre di Vincent – in quel di Pueblo, a un centinaio di chilometri da quel fatto. (Chi conosce un po’ il repertorio folk americano, sa che si registrarono diversi episodi del genere in quel periodo; anche agguati mortali e linciaggi). Tutto bene finora, per me. Dal quinto inizia la vera e propria vicenda di Massari, anche se poi il settimo si dilunga sul terremoto nella Marsica – a qualche migliaio di chilometri da dove vive il protagonista –, l’ottavo ne tratta di striscio e così via, sempre di questo passo.

L’autore assesta un colpo da maestro in coda al suo scritto, quando ci si aspetta una ponderosa bibliografia che mostri oltre al corposo lavoro di ricerca svolto anche, in qualche maniera, gli studi e la formazione culturale di De Stefano e invece: niente, bisogna accontentarsi delle sparute note a piè di pagina incontrate in precedenza. (È discrezione estrema prossima alla patologia?) Nessun indice dei nomi, prevedibilmente a questo punto.

Riprendo ora dall’inizio. Parlando di Massari, l’autore si rende conto che: «il racconto della sua vita mi sembrava incompleto, senza vedere i paesaggi, le strade, i cieli che lo avevano conosciuto», pag. 10. Un pensiero del genere espresso o confidato a un qualsiasi prof universitario con una cattedra di Storia, produce come risposta, generalmente, uno scanzonato farsi mandare a quel paese; alla stessa maniera tornare, dopo anni, in un posto un tempo familiare fa invece incontrare soprattutto rovine (W. Wenders, Im Lauf der Zeit, 1976). Sono leggermente ottimista per abitudine, d’altra parte: «L’incontro con i luoghi è sempre l’imprevedibile che ci attira verso qualcosa che non sappiamo, a cui non sappiamo dare un nome.» (Gianni Celati, 2011).

Considerando il panorama culturale non solo italiano degli ultimi trent’anni, mi pongo una domanda: può questo volume, come succede per altri dello stesso genere, aspirare a divenire un film – anche per la tv –, addirittura una breve serie televisiva? È facile la risposta: No, soprattutto nel caso del piccolo schermo. È una questione di primi piani: ve ne sono troppo pochi nel testo e anche difficili da ricavare; c’è anche bisogno di un inconsueto, per quantità, numero di attori – per non parlare delle comparse da impiegare nelle varie folle. La forza del libro risiede, in realtà, proprio in questo: non contiene il classico (ingombrante) protagonista, un/una co-protagonista e due o tre personaggi al massimo di contorno ma è essenzialmente un racconto corale con almeno decine, centinaia di persone coinvolte in ruoli disparati, legate l’una alle altre oltre che a Vincent Massari; è un tipo di narrazione cui noi occidentali non siamo più abituati. È tutto partito dalla nascita dell’individuo (Michel Foucault); le storie, le serie di racconti in precedenza parlavano di gruppi, masse di persone e mai solo, esclusivamente di re, regine, condottieri, viaggiatori o ciambellani chiusi in poche stanze o in un giardino. Tutto ciò fino al Settecento. Negli ultimi decenni si è parlato addirittura di narcisismo di massa.

Questo (esteso) affresco aiuta a chiarire – per com’è composto – la dura lezione impartita agli Homo sapiens dalle pandemie degli ultimi decenni, soprattutto quella in corso (Covid-19). Viviamo a stretto contatto, appiccicati gli uni agli altri quasi come in un unico formicaio che ricopre le terre emerse del Pianeta, di là dei confini nazionali, delle differenze di cultura, censo, religione e Pil; abbiamo inoltre poco o niente da inventare ma moltissimo da rimescolare: gli stessi temi, comportamenti, idee e argomenti, in circolazione ormai da secoli, da millenni. (William Shakespeare insegnò tutto questo al suo tempo). Le stesse azioni dell’immaginare e del rappresentare sono entrambe fatti, prodotti collettivi.

Ho scoperto che cosa in quello scritto? Cito solo un paio di esempi. Non sapevo della pubblicazione – a puntate, come un qualsiasi romanzetto d’appendice – di Fontamara sulla testata giornalistica L’Unione (1934-35). Sono rimasto basito nel conoscere i retroscena dei famosi «pacchi» inviati dagli emigrati nel secondo dopoguerra: il governo americano poco apprezzava l’azione di quello italiano nell’utilizzo dei fondi per i piani per la ricostruzione del Paese – eravamo già alle solite… Chi aveva fratelli, genitori, zii e amici nei luoghi di origine, aiutò direttamente – quattrini, vestiario, oggetti vari e cianfrusaglie arrivarono esattamente, sicuramente a destinazione. (Per chiudere in leggerezza). A chi io devo dar retta: all’autore quando scrive che i vigilanti spararono con una mitragliatrice «Death Special» o si trattò invece di ‘Gatling guns’, come cantava Woody Guthrie in Ludlow Massacre? (Non lo filava nessuno quel pezzo ai miei tempi, a differenza della gemella 1913 Massacre, ancora di Guthrie senior). Complimenti a questo trentenne che ha tirato fuori qualcosa d’insolito nella zona.

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Lavoro come illustratore e grafico; ho scritto finora una quindicina di libri bizzarri riguardanti Avezzano (AQ). Il web è dal 2006, per me, una sorta di magazzino e di laboratorio per le mie pubblicazioni.