Valle Roveto senza internet, con l’acqua a singhiozzo e le strade in frana: siamo sicuri che Cristo si sia fermato a Eboli e non prima?

Alfio Di Battista
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Valle Roveto – Non è un caso se nel titolo dell’articolo cito il celebre romanzo di Carlo Levi diventato poi anche un grande film di Francesco Rosi con uno strepitoso Gian Maria Volonté: a rileggere il libro, ma anche andando a riguardare il film, le tematiche sono drammaticamente attuali, e affatto dissimili dalla realtà che i cittadini della Valle Roveto vivono ormai da anni.

Al di là dei luoghi persi nel passato, quasi fiabesco, descritto da Carlo Levi, c’è un disfacimento dell’etica pubblica, che invece, si insinua fra i palazzi delle istituzioni abruzzesi e nelle sale dei convegni, dove si discute delle ormai eteree “aree interne” con un’ammirevole capacità di astrazione che i teorici della fisica quantistica impallidirebbero di fronte a tanta spirituale loquela.

Negli ultimi dieci anni abbiamo ascoltato fiumi di parole sulla rigenerazione dei borghi, ci siamo sorbiti seminari sulle “smart city”, letto ricette miracolose sul “turismo lento” ed “esperienziale”, abbiamo assistito a convegni patinati dove la parola “resilienza” è stata ripetuta fino a a che non è evaporata, perdendo ogni residuo significato. Poi però, la teoria finisce e si torna nella realtà.

La realtà della Valle Roveto – 16 mila residenti distribuiti su sette Comuni – parla una lingua molto diversa. Quella di chi vive quotidianamente in un territorio aspro e severo, ma al tempo stesso di una struggente bellezza, tremendamente delicata e fragile.

Basta poco a far piombare una valle intera nell’oscurità digitale per giorni. Telefoni muti e inutilizzabili per chiamare i soccorsi, niente internet, farmacie impossibilitate a richiedere farmaci online, POS che rifiutano le carte nei negozi e aziende costrette a fermarsi perché la rete è bloccata.

Un danno stimato di quasi mezzo milione di euro al giorno, mentre le compagnie telefoniche restano silenti e distanti. Cosa mai potranno contare 16.000 persone rispetto ai loro fatturati miliardari? Ma la connettività è soltanto l’ultima tessera del mosaico di un arretramento che dura da decenni.

Nella Valle delle sorgenti, spesso, le amministrazioni comunali non lesinano ordinanze e avvisi pubblici per esortare la popolazione a fare un uso morigerato dell’acqua erogata a singhiozzo, soprattutto in estate.

Per non parlare della viabilità a ostacoli, tra frane e asfalto ammalorato, tanto da essere stati costretti ad aspettare il Giro d’Italia per vedere riaprire la SR 82, direttrice vitale per la Valle, rimasta chiusa al traffico per anni a causa di una frana. Mentre sulla SP 63, Simbruina, meglio stendere un velo pietoso.

E c’è chi ancora parla di “turismo esperienziale”. Certo, al turista che scegliesse la Valle Roveto per le vacanze, potremmo offrire una gran bella esperienza di extreme warrior, una corsa a ostacoli per la sopravvivenza.

Se un turista arriva in auto, deve vedersela con una viabilità erosa dal dissesto idrogeologico, segnata da frane mai davvero stabilizzate, e con l’infinita comica, se non facesse piangere, dei cantieri mai iniziati nella galleria del Salviano.

Solo l’ultima vicenda in ordine di tempo, un monumento all’inconcludenza amministrativa e tragica icona del rinvio sine die.

Se poi il turista riesce ad arrivare in paese e chiede di lavarsi le mani o farsi una doccia, deve fare i conti con i rubinetti a singhiozzo. La Valle Roveto, il serbatoio naturale dell’Abruzzo, ricchissima di sorgenti, vive estati d’inferno con turnazioni idriche degne di un paese in guerra.

Il motivo è noto a tutti da decenni: la rete idrica perde oltre il 60% dell’acqua lungo il tragitto. Più della metà della risorsa potabile viene inghiottita dal terreno prima di raggiungere le case, mentre i cittadini pagano bollette salate per un servizio a singhiozzo.

Poi si grida al fato cinico e baro quando i giovani vanno via. Purtroppo non si tratta di sfortuna, non è fatalità. È puro e semplice immobilismo politico – istituzionale. I giovani non fuggono dalla Valle Roveto perché non amano la propria terra.

Fuggono perché sanno di non poter aprire un’attività o di lavorare in smart working senza la paura di restare senza linea internet per tre giorni a settimana; fuggono perché chi fa impresa non può contare sull’affidabilità dei servizi e dei supporti infrastrutturali e fuggono perché non è possibile programmare il futuro in un posto dove mancano i servizi minimi di civiltà.

La lotta allo spopolamento si è tradotta in una sequela di contributi a pioggia, cartelloni pubblicitari e passerelle elettorali. Di sicuro non si attira il turismo né si incentivano le famiglie a restare a vivere in Valle se mancano le infrastrutture di base: un tubo dell’acqua che non perda, una strada asfaltata e sicura, un sistema di trasporto pubblico efficiente, scuole moderne e una connessione internet che funzioni sempre.

Ma soprattutto non si combatte lo spopolamento se un medico di base lo trovo 2 volte a settimana, a 30 chilometri di distanza. Il disco rotto della rivoluzione digitale nelle aree interne ha smesso di incantare. I cittadini, i commercianti e gli imprenditori della Valle Roveto non sono più disposti ad ascoltarlo.

Prima di organizzare il prossimo convegno sulla “digitalizzazione dei borghi”, i sindaci, la provincia e la Regione, facciano una cosa insolita e rivoluzionaria: provino ad amministrare pensando alle prossime generazioni piuttosto che alle prossime elezioni.

Pretendano, dai gestori telefonici, infrastrutture ridondanti e penali milionarie per i blackout; pretendano dal CAM un piano straordinario di sostituzione delle tubature idriche invece delle solite pezze d’emergenza; a proposito, ma i fondi del PNRR attribuiti al CAM come sono stati impegnati?

E poi la viabilità, non diventi un terreno di scontro per lotte di retroguardia. I diritti minimi di sicurezza sulle strade non sono privilegi da concedere in base alle convenienze del momento. Fino a quando la politica continuerà a produrre parole e la Valle Roveto continuerà a stare senza acqua, senza strade e senza rete, non si parli di sviluppo: si parli, con onestà, di abbandono di Stato.

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