Al termine di una tanto interminabile quanto caotica assemblea dei soci, Aciam S.p.A. si è dotato, in data primo ottobre dell’anno di grazia 2024, di un nuovo statuto che, per dirla sinteticamente, conferisce ai possessori delle azioni, pubblici e privati, uguali diritti. La qual cosa, nel timore di alcuni (e l’auspicio di altri) potrebbe condurre, ove la società sopravviva nei termini che di seguito si dirà, ad una modifica negli equilibri della società e dell’assetto che sino ad oggi ne ha retto le sorti, caratterizzato dalla maggioranza quale espressione dei soci pubblici (una cinquantina) a vantaggio del socio tecnico, la galassia Tekneko (oggetto, quest’ultima, di una campagna denigratoria che avrebbe suscitato, in tempi normali, per come è stata agit-prop-dicamente dispiegata, tutta la nostra anarchica ammirazione, se cotanto zelo non fosse stato meritevole di maggior causa).
Diciamo subito che non invidiamo coloro chiamati a verbalizzare gli interventi registratisi in occasione dell’assemblea appena chiusasi, ed in particolare esprimiamo tutta la nostra solidarietà a chi dovrà, sia pure sommariamente, sintetizzare l’intervento del sindaco di Avezzano, esponente del municipio detenente la maggiore quota di parte pubblica, presentatosi dinanzi al consesso in siderale ritardo conducendo seco un eloquio inintelligibile ai più (tra cui noi).
Non è però solo la polvere sollevata dall’italiano del popolare Gianni Di Pangrazio che dovrà posarsi prima di comprendere i termini della questione, che ci sembra rientrare in un discorso insieme più alto e più basso di quel che sinora è (confusamente) apparso, e legato al destino dei beni comuni e alla gestione dei servizi pubblici (discorso invero nemmeno sfiorato in questi lunghi mesi: più l’acqua che l’immondizia [si ricordi la missiva AGIR al Comune di Avezzano il cui contenuto abbiamo già stigmatizzato]).
Sia come sia, siccome nel lungo periodo, come diceva Keynes, saremo tutti morti, nell’immediato la modifica dello statuto, appena andata in porto al termine di una marsicanissima (e aquilana) estenuante drôle de guerre, costituisce il primo passaggio per risolvere, senza portare i libri in tribunale, la crisi congiunturale che il soggetto Aciam S.p.A. – una sorta di soggetto di secondo livello di gestione del ciclo integrato di rifiuti nelle nostre desolate plaghe in ragione e forza dell’impianto di trattamento di Aielli – ha accusato nel 2023.
Ora c’è il consiglio di amministrazione di Aciam S.p.A., che a sua volta dovrà convocare una nuova assemblea per procedere, per gradi, alla ricapitalizzazione della società, angustiata da una perdita di esercizio di oltre due milioni di euro; perdita della quale finalmente il consesso dei soci ha preso atto, delibando di dover andare avanti. E in tale frangente si vedrà.
In questi lunghi mesi abbiamo udito e letto moltissime amenità, molte delle quali decisamente lunari: astrusità su gare a doppio oggetto (con consustanziale esproprio proletario dell’impianto di Aielli); esaltazione stolida di mitiche società interamente pubbliche inesistenti nella realtà; tutela di patrimoni comunali di importi infinitesimali dei quali sinora nessuno si era mai preoccupato; pruderie e sciarade giuridiche catarifrangenti.
I Comuni della Piana del Cavaliere, per una volta uniti, e quello di Celano, che hanno legittimamente espresso voto contrario alla modifica dello statuto, ci hanno richiamato alla mente dei versi dell’Ariosto:
Di carta armato par, non di metallo;
sì teme da ogni colpo essere offeso.
Fuggesi al fine, e gli ordini disturba,
ridendo intorno a lui tutta la turba.
(Orlando furioso, XVII, 90)
ma di trame (e cospirazioni) vere non parrebbe esserci traccia. A loro i nostri migliori auguri, sperando non imbocchino strade che potrebbero compromettere quei (ci si consenta, risibili) patrimoni che hanno appena assunto di voler tutelare, uscendo da Aciam S.p.A..
Infine: ancora una volta la politica di centrodestra si è espressa in maniera più decorosa di quella di centrosinistra, e anche questa è una consuetudine in seno ad Aciam S.p.A. – società della quale noi, non avendone mai parlato bene in passato non abbiamo sentito il dovere di parlarne male in occasione della perdita di esercizio – cui auguriamo lunga vita, con maggioranza pubblica e socio privato (quello già in essere, che per divenire tale dovette fare gara e ricorso). Patto parasociale in seno all’Unione dei Comuni permettendo.
(Ma non finisce qui.)
ilmartellodelfucino@gmail.com
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